I giardini Palazzo Chigi Albani
I giardini di Palazzo Chigi Albani a Soriano nel Cimino
Degli originali giardini del Palazzo voluto dal cardinal Cristoforo Madruzzo, non abbiamo oggi che un’immagine sbiadita e probabilmente fuorviante. Il paese ha circondato il complesso di Papacqua interrompendo per sempre la continuità e la complementarità col paesaggio circostante. Nei giardini superiori la simmetria assiale longitudinale segue la dolce pendenza del fianco della collina e contestualmente dal lato opposto si apre all’infinito col belvedere che si affaccia sul borgo di Soriano, ma soprattutto sulla valle che con lo sguardo porta agli Appennini e all’immensità del cielo su cui si staglia il piccolo obelisco centrale. D’altra parte un giardino, oltre a poter esser una vera e propria opera d’arte è qualcosa di molto più complesso e delicato in quanto è un insieme di luoghi, strutture e soprattutto piante e altri organismi: un essere vivente fatto a sua volta di esseri viventi.
E come tale, si evolve, muta, cresce, magari per molto resta in equilibrio e poi deperisce. I suoi equilibri sono talvolta precari, molto spesso derivano dall’azione dell’uomo, da come viene gestito e fruito, ma anche dall’ambiente, oggi più che mai mutevole a causa del cambiamento climatico e di forme di globalizzazione troppo rapide e pericolose. Dagli inventari seicenteschi si evince la ricchezza delle campagne intorno al borgo e al Palazzo come “un arboreto… con molti arbori vitati e fruttiferi di diverse sorti e “li terreni esistenti sopra et sotto detta fonte (Papacqua) con arbori fruttiferi, olive et casale”. Sappiamo con certezza che i giardini, sia quelli superiori che quelli inferiori, sono successivi all’acquisto del feudo sorianese con la villa di Papacqua nel 1715 da parte dei fratelli Annibale, Alessandro e Carlo Albani. Saranno loro a realizzare nel XVIII secolo tutte le migliorie, le nuove costruzioni e i giardini stessi, arricchiti peraltro da arredi e sculture che rientravano nel gusto per il collezionismo antiquario della famiglia. Tuttavia non abbiamo traccia delle loro originali forme, né tantomeno delle essenze vegetali utilizzate per le architetture verdi.
Nella prima metà del XIX secolo, nei documenti della famiglia, si parla dei coltivi erbacei, di oliveti, vigneti e di “alberi e piante di qualunque specie” oltre che dei “mori celsi”.
Le prime vere informazioni ci derivano dalle fotografie della villa e dei giardini di inizio ‘900, periodo nel quale la famiglia Chigi, erede del feudo dal 1852, dopo un lungo periodo di abbandono, mise mano al restauro del Palazzo e si occupò del ripristino dei giardini. Le foto di Francesco Chigi, scattate dal 1905 e conservate presso l’archivio di Palazzo Chigi di Ariccia, mostrano soprattutto i giardini superiori con le siepi sempreverdi disposte a creare i tipici disegni del giardino all’italiana e lo stemma di casa Albani. Molti anche gli alberi presenti nelle adiacenze del torrino, cosi come siepi alte di lauroceraso a creare passaggi segreti tra un piano e l’altro, ma anche rose, piante da fiore e arbusti, spesso però non riconoscibili. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, si tratta molto probabilmente di rifacimenti propri del della fine dell’800 e di primi anni del 900, che avevano uno scopo di ricostruzione, spesso idealizzata, del glorioso passato della proprietà. Evidente è anche l’innesto di elementi decorativi e vegetali tipici del giardino eclettico: si pensi all’uso di essenze esotiche tipiche del momento delle quali abbiamo notizia solo dal racconti dei testimoni diretti. Per esempio, Begonia grandis subsp. evansiana, una specie orientale, unica begonia rustica nelle nostre zone, dimenticata da molti decenni nei giardini italiani e solo recentemente riscoperta dal settore vivaistico. O Bergenia cordifolia, specie estremamente rustica e tipica proprio dei vecchi giardini di quel periodo. Il tracciato delle siepi, che dalle immagini fotografiche non erano certamente solo di bosso, ma utilizzavano anche altre specie sempreverdi mediterranee, seguiva tracciati circolari ripetuti e regolari tipici dei giardini italiani dal Barocco in poi, mentre la presenza di alberi da frutto al centro delle siepi si ispirava alla grande tradizione delle ville toscane del Rinascimento. Nei giardini inferiori, invece, il lungo abbandono ha fatto perdere alla siepe di carpino bianco, Carpinus betulus, le forme originali, in quanto le piante sopravvissute e lasciate a sé sono sfuggite diventando alberi. Le siepi con specie spoglianti che ben sopportano le potature sono oramai molto rare, mentre invece nel passato servivano a costruire raffinate architetture, come i teatri di verzura. Vere e proprie quinte teatrali con archi e passaggi che costituivano il palcoscenico ideale per spettacoli e feste nei giardini, come nella villa Papacqua. A complicare l’indagine sull’identità dei giardini è la progressiva scomparsa della memoria, nella forma di testimoni diretti dell’ultima epoca d’oro, come custodi, giardinieri, contadini o altri frequentatori della proprietà. Ma, ancor più gravi e dannosi sono stati, dopo gli ultimi decenni di abbandono a partire dagli anni ’80, gli interventi di recupero, che non hanno in alcun modo cercato di salvare non solo le poche piante superstiti, già per questo degne di essere conservate, ma nemmeno hanno pensato a conservarne almeno il germoplasma. Rimane superstite la siepe di bosso dei giardini inferiori, senescente, ma certamente in grado di rivegetare se curata con attenzione; si tratta di un genotipo di Buxus sempervirens, da preservare e propagare, sopravvissuto senza cure e trattamenti anche al funesto arrivo della piralide, Cydalima perspectalis. Estremante interessante poi, è la conservazione del cosiddetto Pero del Principe, una varietà di pero per ora rinvenuta solo a Soriano, originariamente coltivata proprio al centro delle siepi all’italiana dei giardini superiori e ancora non associata a varietà precedentemente descritte. Purtroppo, le piante superstiti sono state per l’appunto eliminate con gli ultimi interventi che dovevano essere di recupero, ma fortunatamente il genotipo era stato salvato grazie a quelle presenti in terreni privati e poi conservato presso il campo collezione dell’Arsial che lo potrà mettere a disposizione del vivaismo.
Peraltro il Dipartimento di Produzione Vegetale dell’Università della Tuscia ha iscritto nel 2005 questa varietà nel Registro Volontario Regionale del Lazio come risorsa autoctona ad alto rischio di erosione genetica. Dai racconti dei testimoni diretti, questi peri, già enormi a inizio 900, come si evince dalle fotografie, quindi certamente più che centenari e longevi, erano un vero vanto per i giardini e hanno fatto la felicità di generazioni di ragazzini che ne approfittavano in tempi meno floridi di quelli attuali. Le pere, piccole, irregolari, ma molto dolci e profumate hanno una maturazione piuttosto precoce, nella tarda estate, e sono adatte al consumo fresco. Gli alberi, molto vigorosi, anche perché certamente innestati su franco, hanno una chioma che col tempo si allarga molto e tende ad essere poco ricadente, aspetto estremamente decorativo ed elegante.
Marco Paolocci, dottore in agraria


